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Western all’italiana: Morte presunta di un genere

civiltà dell'immagine, agosto 1967

(…) Tra le scelte di comportamento e le sfumature tonali dell’atteggiarsi che hanno contraddistinto le singole prese di posizione esegetiche, si può dire (naturalmente a posteriori: la tentazione del propendere verso di essa fu in taluni momenti giustificata e prepotente) che la più dissonante quanto no stridente, comunque meno utile, sua stata quella rabbiosa: lo scagliarsi contro con asprezza e spreco di bile assolutamente fuori di misura rispetto al movente, lo sdegnoso disinteresse e i silenzi ostentati. Non è tacendo o pretendendo di corroderlo verbalmente che si distrugge il “western all’italiana”. Ma non meno negativa, a conti fatti, è risultata la posizione dei fiancheggiatori, anche e soprattutto perché, nel fornire talora entusiastici avalli alle colt ciociare e ai dollari in similoro, si sono compromessi intellettuali prestigiosi. Mentre l’atteggiamento giusto e i risultati tangibili sono piuttosto venuti da una attenta ma distaccata disposizione fenomenologia che, lontana dagli anatemi apocalittici (sarebbe come sparare col bazooka sul ragazzino che ruba la marmellata) e dagli spumeggianti attestati di superflua adesione, dagli esclamativismi pro e contro, insomma, si sia potuto esercitare nei confronti dei singoli film, rimossi i disprezzi, gli entusiasmi, i paternalismi: un’attitudine critica “normale”, in definitiva.

Che si appunta innanzitutto sui tre film di Sergio Leone, non è necessario dirlo, fosse our soltanto per motivi economici-cronologici. Se infatti Bob Robertson e il suo pugno di dollari erano ancora di là da venire allorché Alfredo Antonini e Sidney Corbett facevano uscire rispettivamente I pascoli rossi e Massacro al Grand Canyon, pure è risaputo che la fortuna della serie fu decretata degli oltre due miliardi e mezzo rastrellati in grazia del poncho barocco di Clint Eastwood e dell’irriducibilità sanguinaria di Gian Maria Volontè; così come il segno dell’agonia non è dato dal sempre più svogliato susseguirsi, con frequenza in via di riduzione, di epigoni svigoriti, ma già prima della capziosità pletorica de Il buono il brutto il cattivo, un film idropico, che si dilata artificiosamente, a spugna, ai limiti del tollerabile.

« Sergio Leone (che, si badi bene, realizza soltanto un film per stagione e ogni volta coglie nel segno), in fondo, ha insegnato a tutti » — rileva con esattezza un critico intelligente, ma che ha forse il torto di farsi del sangue marcio sotto sotto, e non ne vale la pena, sulle mancate « magnifiche sorti e progressive » del cinema nazionale, e sui « tradimenti » di sue antiche predilezioni di dubbia scelta (non valeva la pena di considerare tali, anche se non dissentiamo da che ci si adiri con Lizzani e si lasci in pace, ad esempio, Corbucci) — « nella scelta degli sceneggiatori, dei musicisti, degli interpreti, delle trovate, degli ambienti e situazioni, dei titoli, delle presentazioni, dei contrappunti, delle sottolineature umoristiche, delle graffiate di sadismo e violenza, delle sorprese, dei finali a catena, degli ammiccamenti, delle caratterizzazioni ».

Nel 1964, quando Per un pugno di dollari potè essere realizzato dopo infinite peripezie (!), lo sfruttatissimo filone fantamuscolare-pseudostorico andava esaurendosi, nonostante le teoretiche iniezioni ricostituenti del buon Spinazzola: il pubblico popolare cominciava ormai ad avere in uggia le avventure sovrumane dell’eroe forte e buono, avversario instancabile dei tiranni in nome della giustizia. Per un pugno di dollari presentava un protagonista non certo votato a tanto nobile sentire. Anche lui affrontava banditi e oppressori, ma non già per il bene comune: lo animava esplicitamente un egoismo rigoroso e incorruttibile, un amore puro del denaro. Silenzioso, introverso, amorale e temerario fino all’incoscienza, il personaggio del pistolero solitario, bel ragazzo dalla strenua misoginia, indifferente portatore di libertà in paesi dominati da dispotici signorotti, restaurato dell’ordine pubblico a scopo di lucro, è quanto di più programmaticamente lontano si potesse escogitare rispetto ai vari Maciste e Ursus.

(…)

dall’articolo di Nuccio Lodato e Gianni L. Dalla Valle Western all’italiana – Morte presunta di un genere, civiltà dell’immagine, agosto 1967

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