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Fedeltà al personaggio

la biennale di Venezia numero cinque agosto 1951

Due anni fa, all’indomani del Festival di Knokke-Le-Zoute, che volle considerare il mio Ladri di biciclette meritevole del Saint-Michel, una Rivista belga mi chiese: Come sono nati i suoi film? quali sono le sue idee in materia di regia cinematografica?

Interrogativi che vengono rivolti, periodicamente, a chiunque si trova a battere strade un po’ diverse da quella della buona consuetudine commerciale e i cui film, tuttavia, riescono a suscitare un certo interesse anche nel pubblico cosiddetto medio.

Non si trattava, per me almeno, di rivelare alcuna formula segreta e affascinante al pari di quella che, per secoli, dette misteriosamente vita alle irreali trasparenze della porcellana. A capo di un rapido esame di coscienza, io sentivo già da allora che i capisaldi del mio lavoro erano pur sempre quei pochi e gli stessi: il soggetto doveva appassionarmi dalla prima enunciazione per cui, man mano lo andavo « ripensando » in me, mi conferiva un caldo senso di felicità, come di un mondo sognato che via via si precisi e si discopra. Così i personaggi si delineavano, prendevano netti contorni, vivevano infine, in autonomia, la loro vicenda come creature vive, con un loro volto, un proprio fisico. Era il momento di guardarmi attorno, di mettermi alla ricerca di « quel » volto a me divenuto noto e familiare.

Talora la ricerca è agevole e favorita dalla buona sorte. Tal altra, sembra debba restare vana, come per Bruno, il ragazzo appunto di Ladri di biciclette, che io incontrai per caso, allorché impegni di produzione mi avevano già costretto a cominciare il film. Ma avevo cominciato con le scene in cui il ragazzo non figurava: perché sapevo che Bruno non poteva avere volto di quello che poi riconobbi in Enzo Staiola.

(…)

Questa che io chiamo fedeltà al personaggio è forse una esasperazione del vecchio e adusato assioma teatrale che giustamente attribuisce valore preponderante al così detto « physique du rôle ». Solo che nei miei film il fatto interpretativo segue un processo inverso: non è l’attore che dà un volto — il suo proprio volto, quindi, quanto mutevole — al personaggio, bensì il personaggio che « si riconosce » prima o poi, in quel volto e in nessun altro. Non è da stupire che il più delle volte questo volto appartenga a persona che fa tutt’altra professione che recitare.

(…)

Forse ho dato una spiegazione un po’ confusa e molto personale di quella che è la mia regìa cinematografica. Ma ogni pittore ha la sua tavolozza, ogni scrittore il suo stile e il suo vocabolario. Che importa il metodo di lavoro se il risultato attinge egualmente alla Poesia, alla Verità?

Questa è la suprema ambizione di ogni artista.

Anche la mia, lo confesso, seppure i miei racconti siano popolati di ombre, labili e caduche.

Vittorio De Sica
(Fedeltà al personaggio, la biennale di Venezia, rivista trimestrale dell’Ente della Biennale, numero cinque, agosto 1951)

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