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Cenere, l’unico film di Eleonora Duse ricomparso in America

Ventuno e Trenta Novembre 1933

Novembre 1933

E ricomparso, sugli schermi d’America, Cenere, l’unico film di Eleonora Duse.
La Duse — che esercitò su sé stessa un continuo severo controllo: e fu grandissima anche per questo — ebbe, nella proiezione del film, la visione della mancata opera d’arte. Spese allora l’alacre volontà e gran parte del non ingente patrimonio (ella fu divinamente prodiga, e dunque deliziosamente povera) perché il film, a pena pubblicato, venisse sottratto alla circolazione. Assunse e soddisfece gravi accordi con l’editore, e incettò le coppie già diffuse per renderne impossibili la proiezione e il commercio. La sua immensa arte era tramata di segni scorrevoli: l’unico segno trasmissibile ne era non interamente degno: cancellandolo ella adempieva a un dovere verso la verità e la storia del teatro italiano.
Ma qualche positivo è sfuggito alle sue irrequiete ricerche — se Cenere si rappresenta, oggi, in America.
Contro l’indegna speculazione una donna francese s’è levata, Yvette Guilbert; e il soffio la lena al suo proprio grido ha attinti al superstite lamento della Morta immortale: « giuratemi che se dopo la mia morte il film riapparirà, voi dirette a tutti, alto e forte, ch’è opera che io ho ripudiata… ».
Dall’Italia, niente. Un paio di giornali s’è limitato a riprodurre, trascrivendola senza commentarla e senza condividerla, la sdegnata protesta di Yvette Guilbert. Si direbbe che la faccenda non ci riguardi; e pur incide la nostra religione viva.
Un’assenza sopra tutte ci riempie d’amarezza e (dobbiamo dirlo?) di disgusto. Tra le viventi glorie nazionali, è catalogata la signora Grazia Deledda: scrittrice che ha un gran merito — il merito di essere nata e cresciuta in Sardegna. E la Sardegna è sì doviziosa di carattere e di colore, da balzare intatta anche dai racconti di maniera che hanno valso alla signora Deledda il premio Nobel senza crescerla d’un cubito nella nostra ammirazione. Orbene, Grazia Deledda è l’autrice del soggetto di Cenere: la testimone più diretta, più vicina, più immediata, del travaglio e della volontà della perduta Attrice. Doveva essere oggi la più offesa e la prima ad insorgere, quella cui Eleonora Duse usò l’infinità indulgenza di levarla fino a sé per associarla all’opera tentata.
Ma, evidentemente, intorno a Cenere la signora Deledda non ha interesse a far chiasso. Sarebbe pericoloso. Qualcuno potrebbe ricordare, per esempio, che i manifesti i quali, all’epoca, annunciarono Cenere elevarono alla potenza dei caratteri cubitali un suo formidabile svarione grammaticale: « affido ad Ella, cara amica Duse…».

(Pubblicato nella rivista Ventuno e Trenta, Novembre 1933)

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