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Genova, cornice di un dramma

Perdonami di Mario Costa 1953

Roma, 5 novembre 1952

Anni fa, e per anni, per me e Purificato, per De Santis e Puccini, per Giovanni d’Aroma allora promettente pittore, per Cagli e de Libero, Mario Costa era un regista importante: della piccola società  assai giovane e un po’ quasi letteraria che si piccava di cinema e di dischi americani, di sport e di palestre, di pittura, e tuttinsieme ci vedevamo la sera alla Cometa che era la più importante e forse l’unica Galleria di Roma, oppure s’andava a leggere vecchi giornali all’Ymca a Piazza Indipendenza — fra il 1936 e il 1940, in attesa di strappare « diciotto » e una laurea, Costa era l’unico « arrivato ». Lui, Costa, de Libero, Blasetti, Cagli, Mafai, e qualcun altro, in noi — non proprio « pubblico », ma buoni ascoltatori, fra di loro, trovavano un ottimo tessuto connettivo.
Mario Costa aveva fatto allora Fontane di Roma, un documentario che era anche un cortometraggio, cioè chiedeva ed era in funzione di fantasia, di genialità, di bravura cinematografica. Se ne parlava spesso, e tutti d’accordo a dichiararlo il meglio della nostra produzione minore: se l’Aida o Il Trovatore e Otello sono l’opera, la grande lirica, non è men vero che Offenbach esista, e sulla scia di altri minori estremamente importanti, Souppé anche, inventori della piccola lirica, sviluppata nei seguaci fino all’operetta. Mario Costa era a Roma quel che si poteva dire il rappresentante intelligente d’una certa generazione e di molte nostre ambizioni, non sempre frustrate. Per anni poi, a forza di parlarne, come capita spesso, non ci siamo più veduto; e me ne restava nell’orecchio una risata e una voce bassa e precisa, dai suoni nettissimi, senza possibilità di eco, una cadenza romana che sentita alla radio o incisa su disco o magnetofono muove al riso e alla cordialità.
Tale cordialità del ritratto, un po’ approfondita da due occhiali ben tondi che sostituiscono il monocolo portato per anni, quasi pareva per gioco e tic mondano; tale gioiosità di umori gliel’ho ritrovata anche alla Palatino giorni fa dove il mestiere m’ha portato a vedere il collega Bersani che preparava per radio un Ciak cioè una registrazione che la Rai ha trasmesso più tardi. Una delle attrici del cosidetto all’inglese cast che vuol dire « i nomi di coloro che lavorano nel film », durante la registrazione s’è paurosamente lasciata sfuggire un accento, diremo, in più qualcosa di talmente fuori posto, là, e di talmente freudiano, anche, da far gelare chiunque. E mentre tutti davvero gelavano, il regista, Costa, a ridere. A ridere dico come solamente un uomo francamente padrone di sé, e di buonumore può ridere a Roma e nell’ambiente del cinema — in questi giorni ancora sotto la scossa elettrica del « gran rifiuto » di Gina Lollobrigida.
Il film che aveva destato l’interesse del Rai-ciak, e l’involontaria cordialissima gaffe dell’attrice, è Perdonami, titolo provvisorio in attesa di trovarne un altro che non ricordi troppo Perdono e Perdonami se ti ho tradito o qualcosa del genere. Questa produzione della Royal Film-Rizzoli, ha come molte volte da noi, preso corpo inizialmente da un fatto di cronaca, sviluppato si capisce con intendimenti cinematografici. Se la cronaca da sola dovesse nutrire lo schermo, basterebbe fotografare i titoli del Messaggero o del Corriere della Sera, e arrivederci. Tuttavia la cronaca è utile perché il pubblico, tutto il pubblico, dalla prima visione alla provincia alla periferia, ama ritrovarsi nell’ambientazione dei fatti che gli son sottoposti. Uno dei torti, anzi un peccato grave del cinema fino a tutta la guerra, fu quello di falsare la società, e di offrire sui tavoli delle camere da letto solo telefoni bianchi. In Italia, e soprattutto nella cronaca rosa o bianca o nera o grigia che è propria alla nostra esistenza, i telefoni sono di bachelite credo come materia, e neri.
Costa ha trovato il suo « fatto di cronaca » in un episodio che l’anno scorso commosse l’opinione pubblica, e l’ha ambientato dove meglio — per la sua veridicità e per i vari sviluppi che la realtà suggeriva—, poteva prestarsi: l’ambiente non è più popolaresco come fino ad oggi è frequente dato di vedere, ma operaio. Non si son fatti film sugli operai da anni e da anni, dopo Acciaio mi pare. Il film di Costa, che per i mezzi avuti a disposizione, e per la bravura di attori e — mi diceva lo stesso Costa —, per l’estrema bravura delle maestranze dell’Ansaldo che vi hanno partecipato, dovrebbe essere una specie di gran riconciliazione fra il decoro professionale e la cassetta (il cinema è soprattutto industria). L’azione si svolge a Genova, fra il porto e le fabbriche, ma non è una storia di marinai o di navigatori o di operai vista solo sui posti di lavoro, cantieri o arsenali, ma tanto i carruggi che i curiosi cortili genovesi, e il porto e i reparti dell’Ansaldo, servono ottimamente da cornice ai fatti narrati, un po’ brutali certe volte, ma senza l’eccesso o il sovraccarico di colpi di scena falsi.
Alla Palatino, dopo aver girato tre quarti del film in Liguria, han ricostruito un intero quartiere di Genova, e sotto le luci, mentre Bersani davanti al microfono interrogava Raf Vallone, Tamara Lees, Antonella Lualdi, due ragazzini divertenti e bravi, e il regista; sono le luci dei riflettori, parva davvero di essere a Genova, e che di là dalle quinte vi fosse il mare, il porto, le barche, i marinai, le gru.

R. G.
(Film d’Oggi)

Cinque fotografie del film Perdonami di Mario Costa (1953)

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