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Officine di Cinelandia

soggetto e fotografie originali di Acciaio di Walter Ruttmann
Dicembre 1932

Gli stabilimenti Cines sono stati descritti e lodati dalla stampa italiana: ritengo quindi superfluo ripetere ciò che tutti sanno. I tre grandi studi o “teatri sonori” come li chiamano, bene attrezzati, con tutti gli annessi e connessi e le ottime maestranze, formano uno strumento tecnico in perfetta efficienza. Attraverso l’Anonima Pittaluga l’editrice è raccordata ad un circuito di sale distribuite in tuta la penisola e ad un’organizzazione di noleggio fra le più importanti del nostro Paese. La macchina c’è. Se il cinema producesse biscotti o carne in conserva la Cines funzionerebbe come un cronometro. Difetta invece quella materia prima di qualità e quantità imponderabile che deve alimentarla. Chi è quel folle editore che, possedendo una modernissima tipografia, s’illude di potere, solo per questo, offrire al pubblico dei buoni libri? Ci vuol altro, come tutti sanno. D’altra parte una macchina, anche parzialmente inattiva, è un lusso troppo caro. Nel caso specifico della Cines per mantenere i suoi stabilimenti ad un livello di normale attività bisognerebbe realizzare almeno ventiquattro film all’anno. Invece nel 1932 siamo arrivati a produrne appena la metà. Chi è al punto cruciale di questa complicata faccenda e ne sopporta le gravi responsabilità è Emilio Cecchi. Come capo della produzione, cioè come editore nel più schietto significato del vocabolo, egli ha il compito  di avvicinare al cinema quei fornitori di materia prima d’una qualità meno scadente di quella accettata dai suoi predecessori. Tutto qui, ma non è poco.

Emilio Cecchi è arrivato al cinema attraverso una illustre esperienza letteraria: La Voce e La Ronda. Il passaggio è stato brusco: forse in cuor suo deve invidiare i colleghi che dirigono le grandi editrici librarie della nostra Nazione. Chi conosce l’uomo nella sua parte migliore, cioè come scrittore, comprende subito che non è tipo da assumere a cuor leggero e con faciloneria la missione affidatagli. Ecco perché si può anche intuire che fra Cecchi scrittore, critico ed esteta, e Cecchi editore cinematografico, le relazioni non sono tranquille. Tutto ciò, è bene dirlo, s’indovina ma non si constata subito: Cecchi, che potrebbe passare per un anglosassone se non parlasse con purissimo accento toscano, è un uomo piuttosto taciturno, apparentemente distratto, affabile ma riservato. Conversare con lui è difficile, almeno alla Cines: continuamente interrotto dal telefono o dai collaboratori, volentieri lascia cadere il discorso: forse, come tanti giornalisti, non ama il giornalismo e mi è sembrato estremamente restio a dire parole che invece di esprimere servano a nascondere i pensieri. È tornato alla Cines, dopo una prima, brevissima prova bruscamente interrotta da lui stesso, in un momento particolarmente delicato dal nostro cinema, quando, dopo un quinquennio di ripresa, tutto è ancora da fare e da rifare: scarseggiano i direttori capaci, difettano gli attori, i soggetti non abbondano e manca il tempo, per non dire altro, per fare tabula rasa e incominciare da capo.

Ettore M. Margadonna
(Comœdia, 15 Dicembre 1932 – 15 Gennaio 1933)

Giuoca PietroAcciaio, soggetto originale di Luigi (e Stefano) Pirandello, sceneggiatura di Walter Ruttmann e Mario Soldati, con Isa Pola (Gina), Piero Pastore (Mario), Vittorio Bellaccini (Pietro), il lotto comprende il soggetto originale, fascicolo di 43 pagine, con vari appunti, correzioni, cancellature e aggiunte, tre pagine dattiloscritte con cast e credits, presentazione e trama, 30 foto di scena e di set (19 formato 18×24, 11 più piccole) Libreria Metropolis

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