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Totò poeta

"47 morto che parla" 1951
Una scena di “47 morto che parla” regia di Carlo Ludovico Bragaglia 1951 (Foto Bragaglia)

Il fortunato comico nelle pause del suo lavoro scrive versi pieni di sentimento e pensa ad un volume di ricordi dal titolo Uomini e caporali.

Nel suo appartamento al terzo piano di Viale Parioli 41, Totò ripassa con me il film della sua vita: dalla sua nascita, che egli definisce “drammatica”, alla sua vita militare, alle sue prime esperienze teatrali, alle su caratterizzazioni famose, ai suoi film. Totò, ormai lo sanno tutti, è l’uomo dalla doppia vita: sul palcoscenico e sullo schermo si presenta come il comico italiano più famoso; nella vita è invece un distintissimo e serio signore. Invano, parlando con lui, i suoi ammiratori potrebbero scorgere quelle famose deformazioni facciali che provocano una irrefrenabile ilarità, quei gesti, quelle pose che suscitano il riso. È un signore serio, sempre sbarbato accuratamente, disinvolto, con una sua precisa routine di vita.

Un aspetto ignorato di Totò è, indubbiamente, la sua attività di poeta: Passione, Non voglio amare più, O’ faccio sultant’io, Il mio cuore, Tutto è finito, Non sì ‘na femmina, Isola d’oro sono le più recenti composizioni: esse hanno, come tema fondamentale, un amore inappagato, sono diffuse da un sentimento che i suoi ammiratori ignorano. Sull’ultima poesia, Isola d’oro (che è Capri), il maestro Ruccione ha composto un’indovinata melodia che uscirà prestissimo.

Totò ha a Capri una bellissima villa, dove usa riposarsi d’estate; e ha così voluto ricordare, in una appassionata canzone, questa isola affascinante.

Egli ama fissare in rima alcuni momenti della sua vita, alcune sue impressioni, alcune sue sensazioni. Per esempio recentissimo, dopo aver girato numerose scene con Silvana Pampanini nel film 47 morto che parla, tratto dalla omonima commedia del grande Ettore Petrolini, ha voluto dedicarle alcuni versi, con lo stesso spirito galante e romantico dei nostri poeti del Medio Evo, che cantavano non quella donna, la la donna, non quella bellezza ma la bellezza.

Così scrive sulla nostra dinamica attrice:

Ho bisogno di vederti
tutti i giorni, vita mia,
ho bisogno di sentire
quella dolce melodia…
quella musica oppiata
che m’inebria, e che mi nuoce,
quella musica drogata
che mi piace… la Tua voce.

E Totò ha ragione; giorni or sono, ilio amico Carlo Campogalliani gridava, udendola parlare in una stanza accanto: « O quella voce… non può essere che di Silvana Pampanini! ».

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Parigi è sempre Parigi

Aldo Fabrizi, Lucia Bosé, Marcello Mastroianni e Ave Ninchi, Parigi è sempre Parigi di Luciano Emmer.
Aldo Fabrizi, Lucia Bosé, Marcello Mastroianni e Ave Ninchi, “Parigi è sempre Parigi” di Luciano Emmer.

Dicembre 1950. È arrivata a Parigi una troupe guidata da Luciano Emmer e composta da Aldo Fabrizi, Lucia Bosé, Ave Ninchi, Marcello Mastroianni, Franco Interlenghi, Galeazzo Benti ecc. A Parigi l’hanno subito battezzata « la belle équipe », prendendo a prestito dalla storia del cinema il titolo di uno dei più apprezzabili film di Julien Duvivier. La « belle équipe » dunque è venuta qui per girare un film italiano. Parigi è sempre Parigi racconta la vicenda di un gruppo di nostri compatrioti che arriva nella capitale francese per assistere ad un incontro di calcio Italia-Francia. C’è Fabrizi nella parte del padre, Ave Ninchi in quella della madre, Lucia Bosé e Marcello Mastroianni in qualità di figlia e di rispettivo fidanzato. A Franco Interlenghi invece tocca la bella avventura di innamorarsi di una giovane venditrice di giornali della Gare de Lyon. La strada figura dell’uomo dal cappello verde è impersonata da Galeazzo Benti.

Una specie di « domenica d’agosto » trapiantata nell’autunno parigino. Luciano Emmer in Francia ha fatto colpo. Il suo primo film presentato alle manifestazioni di Vichy e di Biarritz ha acceso intorno a lui una girandola di entusiasmo. Adesso i parigini, vedendoselo innanzi in carne ed ossa a portata di mano, hanno voluto coccolarselo ben per bene. Durante le riprese alla Gare de Lyon la folla ha dovuto essere trattenuta da un servizio d’ordine rinforzato. Sapete come hanno definito Emmer le signore parigine del mondo elegante? Simpatico, esuberante e raffinato come il Ronald Colman dei bei tempi. Che siano i bacetti la chiave del segreto di questo paragone?

Fabrizi è sempre seguito da un codazzo di ammiratori: gente d’ogni ceto e d’ogni età. Perfino il capostazione di Parigi l’ha subito riconosciuto: « Voi siete il curato di Roma città aperta! ». E c’è mancato poco che non gli gettasse le braccia al collo.

In quanto alla Bosé si sprecano gli elogi per la sua eleganza. Questa nostra giovane attrice aveva già ottenuto un notevole successo personale, allorché, quest’estate si presentò ai francesi insieme al regista Michelangelo Antonioni (al quale poi i giornalisti d’oltralpe fecero il torto di storpiare il cognome in Antonini), in occasione del festival di Biarritz, dove appunto fu presentato il film Cronaca di un amore. Adesso, quando nelle ore libere passeggia per le vie di Parigi, la gente si volta e mormora: « Che sia l’ultima scoperta di Dior? ».

Al diciottenne Franco Interlenghi sono piovuti adesso tutti gli sguardi delle midinettes. Fra l’altro ha subito simpatizzato con la sua innamorata nella finzione filmica, vale a dire con la giovane attrice francese Hélène Rémy. Nel film c’è il distacco fra i due giovani in cui la sceneggiatura contempla un bacio. Per realizzarla il regista è stato costretto a farla ripetere otto volte. Era già tardi e in tutti serpeggiava un certo nervosismo, gli unici a dimostrarsi contenti sembravano proprio Franco ed Hélène.

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Il ritorno di Don Camillo

 

Il ritorno di Don Camillo (1953)
Peppone (Gino Cervi) e Don Camillo (Fernandel) in una scena del film “Il Ritorno di Don Camillo” diretto da Julien Duvivier dai racconti di Giovanni Guareschi, foto Civirani

Che questa storia non sarebbe mai finita, Guareschi l’aveva già detto. L’ha raccontata prima ai lettori del settimanale Candido e gli hanno chiesto di raccoglierla in un libro; l’ha raccolta in un libro, e ne hanno voluto fare un film; è uscito il film ed adesso eccoci al secondo.

Ed anche questa volta la regìa di Duvivier; Fernandel sarà Don Camillo, Gino Cervi sarà Peppone e quelli della Bassa saranno quelli della Bassa.

Il paesino dove si svolgono i fatti lo conoscete già: lo rivedrete tale e quale, in Emilia, sulle rive del Po. Dalla stazione di quel paese è partito, ricordate?, un trenino che è scomparso lentamente sotto le quattro lettere della parola Fine, con la quale s’è concluso il primo film.

Su quel trenino c’era Don Camillo, allontanato  da Brescello per ordine del Vescovo, che aveva ceduto alle rimostranze di Peppone. Partito il Curato, rimasto il Sindaco comunista, il film doveva finire. Ma la storia, come ho detto, continua.

Il trenino deposita Don Camillo a Montenara. Non c’è che un facchino ad attenderlo e la Canonica è lassù, arrampicata sulla montagna, coperta di neve gelata. La gente del luogo che conosce per sentito dire le esuberanze del nuovo Curato, s’aspetta un tipaccio di prete manesco e perfino la Perpetua lo accoglie con chiassosa e aggressiva diffidenza. La domenica la chiesa è vuota; Don Camillo è sempre solo, perfino senza la voce del suo Crocefisso, che ha lasciato a Brescello; e decide di scender dalle nevi alle pioggie della valle padana, per andarselo a prendere…

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Quando nell’autunno del 1951, la grande alluvione del Po raggiunse Brescello, la troupe capeggiata da Duvivier e da Giovanni Guareschi stava smobilitando, dopo aver terminato di girare in esterni Don Camillo. Che cosa suggerì allora a Guareschi di far riprendere con un elicottero un documentario della inondazione sui luoghi stessi che erano serviti da sfondo al film? Niente, a quell’epoca, faceva credere che Don Camillo avrebbe avuto il trionfale successo che ottenne poi sugli schermi di tutto il mondo, né tanto meno era prevedibile una continuazione delle vicende del parroco di Brescello e del suo avversario, il sindaco Peppone. Fatto sta che quel documentario, inserito nel Ritorno di Don Camillo, forma il tessuto connettivo della seconda parte dell’opera e costituisce, nello stesso tempo, un legame ideale che riallaccia il nuovo all’antico Don Camillo. Questo voluto senso di continuità appare del resto evidente in questa ripresa: medesima l’ispirazione (una libera scelta dai racconti di Guareschi), medesimo il regista (Duvivier), medesimi i due protagonisti (Fernandel e Cervi), medesimi perfino i personaggi secondari.

A maggior ragione medesimo dovrebbe essere lo spirito dell’intera opera: eppure, a questo proposito, qualcosa è mutato nel Ritorno di Don Camillo, qualcosa lo distingue dal primo film e non ne fa una semplice appendice di quello. Strada facendo, i caratteri di Peppone e del battagliero sacerdote della Bassa parmense sono venuti smussando i loro angoli più acuti, hanno trovato un piano d’intesa, già intuibile nel vecchio Don Camillo e ora apertamente stabilito. Sull’anticomunismo del parroco è stata gettata molta acqua che, di conseguenza, ha finito per smorzare anche gli ardori di attivista del sindaco: fra di loro sembra mancare ormai la materia di contrasto, sicché il finale del film può, senza che nessuno se ne stupisca, elevare un appello generale alla concordia e alla pace. Su un piano umano questa evoluzione ha indubbiamente avuto il risultato di fare acquistare ai due protagonisti in simpatia popolare ciò che perdono in vivacità polemica.

Avrà un seguito questo secondo Don Camillo? Tutto farebbe pensare di sì, e il finale, in particolare, lascia aperta ogni possibilità. Personalmente Guareschi non sembra contrario ad una terza esibizione del suo popolare personaggio, a proposito del quale si può notare per curiosità che esso nel fisico non collima esattamente con quello materializzato da Fernandel nel due film. Questo Don Camillo “autentico” lo scrittore l’ha fissato recentemente in un disegno, dal quale appare molto più alto, grosso e grasso dell’attore marsigliese, che pure non è un fuscello: il fatto è che nel costruire il suo eroe Guareschi ha avuto costantemente presente una realtà ben definita, un “pretone” della Bassa da lui conosciuto da ragazzo e soprannominato don Scarpasc, per le enormi scarpe di cui quelle di Fernandel non sono che un’ombra. Naturalmente ciò non impedisce che oggi Guareschi sia un convinto sostenitore di Fernandel il quale, egli dice, ha compreso come nessun altro la psicologia del personaggio: tanto convinto che talvolta i due tipi fisici si confondono nella sua mente e ne nasce un terzo che ha caratteristiche in parte dell’attore francese, in parte del favoloso don Scarpasc.

(dal dossier di presentazione del film)

Tre foto di scena originali del film, timbro di Osvaldo Civirani, disponibili del sito: 1  2  3