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La Biblioteca di Renato Simoni

Renato Simoni

Dicembre 1955

« Pubbliche biblioteche di teatro in Italia non ce n’è e fu documentato recentemente che le grandi biblioteche nazionali, per colpa non tanto d’uomini quanto di metodi, sono in questa materia sprovviste sino al ridicolo, non dell’utile, ma del necessario ». Così Silvio D’Amico nel 1932 (Per un museo del teatro italiano, in Scenario, n. 6 a. I). La Biblioteca Teatrale del Burcardo a Roma era stata aperta al pubblico un anno avanti, nel 1931; ma in queste un anno è troppo poco. Ci vuol altro perché il pubblico si “abitui” all’idea di un servizio a sua disposizione, specialmente in questa nostra Italia, ch’è il Paese delle meravigliose contraddizioni. La gente che va al teatro non frequenta le biblioteche. Coloro che vanno a Brera o alla Vittorio Emanuele, fanno gli schizzinosi di fronte al repertorio delle Compagnie e si recano a teatro due o tre volte all’anno per assistere a “spettacoli d’eccezione”. Il teatro continua ad essere morto, perché la gente di teatro ci va con aria afflitta (« questa sera c’è una prima, purtroppo, come si fa a mancare? ») e disprezza tutti gli altri che ci vanno con entusiasmo (e che pagano) ignorando l’esistenza di qualcuno che da decenni dichiara morto il teatro. Forse D’Amico nel ’32 aveva dichiarato tanto categoricamente che « biblioteche di teatro in Italia non ce n’è », perché una rondine non fa primavera. Ma quand’è che potremo sperare in una primavera delle biblioteche teatrali? Ecco perché l’annuncio della imminente apertura in Italia d’una seconda biblioteca teatrale, fa pensare addirittura all’estate. Si tratta della Biblioteca intitolata a Livia Simoni e lasciata da suo figlio, Renato Simoni, al Museo Teatrale alla Scala di Milano.

Quando eravamo in primavera, uno studioso non aveva scelta: doveva recarsi a Roma (non dimentichiamo che il nostro Paese è tutta provincia, e che le maggiori e le migliori energie in potenza non si trovano né a Roma né a Milano). Giunti al Largo Argentina si infila quella straduzza fresca d’ombre e, spesso, d’umidità che invece si chiama via del Sudario, sulla destra del Teatro Argentina. In fondo, sul lato sinistro, sorge il Palazzetto del Burcardo: un’oasi di pace nel frastuono della metropoli. Oltre il portantino nero, su su per un’erta scaletta (tutti diminutivi, siamo in un mondo fragile e prezioso, che contrasta con la rudezza di quel ‘400 cui la costruzione risale) su per un’erta scaletta si raggiunge lo studio di Achille Fiocco, il “tifoso” del teatro, che ci accoglie con la sua ridente dentatura e ci mette a disposizione i 30 mila “pezzi” (tra volumi — 20 mila — opuscoli e miscellanea della raccolta.

Adesso che è giunta l’estate, lo studioso di Bologna o di Firenze che desideri consultare delle Cinquentine (le preziose edizioni teatrali del ‘500), può scendere verso il sole di Roma oppure salire, come preferisce, verso le brume di Milano. In quest’ultimo caso, giunti a Piazza della Scala, si infila il vasto portone sulla sinistra, tra il portico ed il Biffi-Scala; nell’androne una volta c’era un’unica tabella: Museo Teatrale alla Scala; adesso, sotto, ne è stata aggiunta un’altra: Biblioteca Teatrale Livia Simoni. Ma la biblioteca fa parte del museo, è stata incorporata in esso; e, in ogni caso, l’una e l’altro non hanno nulla a che vedere con il Teatro alla Scala.

(…)

La nuova biblioteca comprende circa 40 mila volumi, ai quali vanno aggiunti 10 mila pezzi tra opuscoli e miscellanea; poi ci sono le fotografie, le stampe, gli autografi, le lettere, e, infine, il materiale da “museo”, ossia le marionette del teatro orientale, le maschere ed una preziosa raccolta di porcellane, tutte di soggetto teatrale.

Vittadini (Stefano Vittadini, direttore della biblioteca), non si propone soltanto di “conservare” la biblioteca Simoni, ma anche di renderla sempre attuale, con nuove accessioni e con un aggiornamento costante e affettuoso. In tal modo la biblioteca farà sorgere intorno a sé — come fu desiderio testamentario del Donatore — un vivo ed attivo centro di studi teatrali, con conferenze, letture drammatiche di novità, ed altre iniziative. Ciò comporta, naturalmente, uno sforzo economico costante da parte del Comune di Milano, di enti e di privati. Ma gli intendimenti son troppo suggestivi: anche Milano avrà, dopo Roma, il suo cenacolo teatrale. Grazie, Renato Simoni.

Guido Guarda
(Teatro Scenario)

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Vita difficile per l’ultimo Pulcinella

Salvatore de Muto 1902 c.

Dicembre 1952

Vita difficile, per non dire di assoluta, quanto dignitosa indigenza, oggi, per l’ultimo Pulcinella di Napoli, nella inutile attesa di un qualunque impresario, della città o della provincia, che si ricordi finalmente di lui e lo inviti per una recita, sia pure domenicale. Una sola recita “staccata”, come si dice in gergo teatrale, non risolverebbe certo tutto il passivo di un bilancio senza altre valide risorse, ma darebbe almeno a lui ed alla buona signora Rosa, sua compagna di scena e della vita difficile, l’illusione periodica che davvero, come affermava qualche ottimista, il Pulcinella dovrebbe esistere finché esisterà Napoli.

Per cinquantotto anni giusti Salvatore de Muto ha vissuto con la mezza maschera nera e il camiciotto bianco; ma da un ventennio almeno un piccolo, o forse un vasto mondo di teatro locale, non privo di un suo tipico carattere e di una sua inconfondibile genialità , gli è andato crollando d’intorno, mentre molti vecchi attori napoletani, famosi o modesti, morivano all’ospedale o nei mendicicomi, dimenticati da tutti. Frattanto le ultime ribalte popolari, che ospitavano  occasionali compagnie pulcinellesche per i così detti avanspettacoli, cedevano anch’esse il posto agli schermi del cinema e le ultime speranze di quei poveri comici dileguavano così per sempre. A sentire i superstiti, che non ammettono il mutare dei tempi, dei gusti e delle mode teatrali, il nemico numero uno del loro lavoro è stato ed è il cinema: il cinema e basta così.

Un giorno, e non certo a torto, Salvatore de Muto avrà anch’egli, come i Cammarano i Petito e i de Martino, il suo posto d’onore nella storia, ancora incompiuta, della maschera famosa. Non sembri esagerato affermare, allora, che tutta la sua vita sia trascorsa in costume pulcinellesco. A differenza dei suoi illustri predecessori, alcuni dei quali, come Giuseppe de Martino, ad esempio, si rassegnavano talvolta a recitare senza maschera, in abiti borghesi, nel vano tentativo di aggiornarsi, egli, anche fuori dei teatri, dei teatrini e delle ribalte estive paesane, restava fisicamente, si potrebbe dire, in quel suo venerato personaggio. Così era nato e così, fra cent’anni, sia pure in miseria, sarebbe morto. La verità è questa: non tanto per abitudine, per amor di mestiere o per consuetudine scenica, ma soprattutto perché egli vi ha creduto, vi crede e vi crederà col più ingenuo, mistico e tenace amore; quel personaggio è lui stesso, insomma, al di fuori della realtà che avanza spietata e al di fuori, eroicamente, di ogni necessità quotidiana di materiale esistenza.

Lo abbiamo visto così infinite volte andare e venire, partire e ramingare, ma sempre con quella sua indomita, fanciullesca vitalità, con quel suo passo che ancora, a settantaquattro anni compiuti, gli consente di sgambettare anche fuori dal palcoscenico, con quella sua inconfondibile vocetta, un po’ flautata, nasale e vibrante, come in procinto di annunciarsi tuttora dalle quinte.

Tre anni fa, colpito da una grave malattia, per alcuni mesi egli ricevé ininterrottamente, da parte del suo vecchio pubblico fedele, accorso da tutti i quartieri popolari delle città, manifestazioni davvero indimenticabili di tangibile ed eccezionale solidarietà. Quando fu guarito, recitò, in quell’anno, al Politeama, dove lo stesso pubblico, sollecitato dal pietoso episodio del suo ritorno, che assomigliava ad una resurrezione, lo salutò, per l’ultima volta, con frenesia di consensi e di applausi. Al suo passaggio sulla passerella, molti gli baciavano un lembo del camiciotto, altri gli lanciavano fiori, altri ancora sventolavano fazzoletti.

Ora il povero Salvatore de Muto, accanto a sua moglie Rosa, compagna non più di scena ma solo di vita difficile, aspetta invano quell’impresario che lo ha dimenticato. Intanto, fra ricordi di attori e copioni di vecchie commedie che non saranno mai più recitate, egli parla e riparla con inconsolabile amarezza di un solo teatro che non abbia visto Pulcinella: il San Carlo. Ed è un po’ triste per tutti, forse, pensare che in quella desolata casetta della periferia, l’ultima “maschera” di Napoli vagheggi ora un ultimo sogno impossibile.

Roberto Minervini
(tratto da Teatro Scenario)

Programma della Primaria Compagnia Dialettale Napoletana diretta da Salvatore de Muto

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Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia e Giancarlo Sbragia

Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia e Giancarlo Sbragia

La rappresentazione è piuttosto convincente. Risolto assai bene da Francesco Contrafatto il problema dei rapidi mutamenti di scena, e da lui raggiunti gli effetti perseguiti di ambientazione con l’uso di diapositive in felici rapporti spaziali, offerti da Angelo Musco intonati richiami musicali, abbiamo da Mario Landi una regia assolutamente apprezzabile per il suo stile asciutto e vigoroso. Nulla di banale e di provinciale: un ambiente siciliano colto nell’essenza dei suoi gesti e dei suoi silenzi, con una precisione per nulla coloristica; e una folla di tipi fissati nell’esatto punto psicologico e, quindi, espressivo.
Una recitazione, in tutti, ferviate talora commovente per convinzione e semplice forza. Se a Turi Ferro, un don Mariano di pastosa umanità, impegnato in un brano di solita bravura, spettano le sincere maggiori lodi, non possiamo minimizzare l’apporto di Mario Valdemarin, generoso elemento nordico, come capitano dei carabinieri, in sofisticata terra, e la bravura di Michele Abruzzo, il Maresciallo, di Elio di Vincenzo, ottimo Parrinieddu, l’ambiguo confidente (alla Peter Lorre), il vigoroso Pappalardo, l’efficace Lo Presti, il Leontini e il Cirino (una coppia terrificante  di impenetrabili vittime della mafia), il Mangano, Fioretta Mari i quali tutti, coi loro compagni, hanno recitato con precisione e affiatamento, autenticamente interpretando una vicenda troppo vera, che non provoca, se non moralistici scotimenti di capo. Vivo il successo.

Massimo Dursi
(Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia e Giancarlo Sbragia, Teatro Stabile di Catania, regia di Mario Landi, Resto del Carlino 1963)

Programma della ripresa dello spettacolo al Teatro Odeon di Milano, Marzo 1964